Categorie: fra mito e realtà

Ho sempre scritto per una particolare esigenza: quella di vedere qualcosa di bello per me fuoriuscire da me. Non so quando sia cominciata la mia odissea da scrittrice (in realtà non so neanche se lo sia nel senso stretto del termine) fatto sta che si è intensificata in un momento particolare della mia vita, quando tutto ciò che avevo sempre dato per scontato abbia cominciato a crollare. La mia adolescenza è stata sempre piena di certezze, di tinte nette che mi permettevano di avere una mia opinione sulle cose; attualmente non so cosa ci sia di più stupido al mondo che pensare di possedere la verità. All’epoca il mio giudizio abbracciava tutto ciò che non ero in grado di comprendere appieno perché non l’avevo vissuto sulla mia pelle e che dentro di me generava dissenso, nonostante il mio continuo cercare di protendermi verso gli altri. Forse non dovrei essere così critica nei confronti della “me adolescente”. Siamo anche figli dei luoghi comuni che popolano il nostro Paese e che danno aria alle bocche; figli di dottrine e di “morali” che non ci appartengono. Tuttavia oggi, non voglio parlare di me, ma delle “categorie”.

Le categorie

Le categorie ci definiscono, lo hanno sempre fatto. Grazie ad esse abbiamo le coordinate di quale sia il nostro posto nel tessuto sociale. Dando una fugace occhiata alla sua etimologia potremmo notare quanto sia vicina alla parola “giudizio”:

Categorìa s. f. [dal gr. κατηγορία «imputazione, predicato, attributo», der. di κατηγορέω «accusare, affermare, asserire»; lat. tardo categorĭa]. In generale, il predicato di una proposizione, l’attributo di un soggetto.

Enciclopedia Treccani

Categorizzare qualcosa, di conseguenza, è per certi versi assimilabile ad un “accusare” qualcosa. Quindi se “apparteniamo” qualche categoria potenzialmente ne saremmo quasi colpevoli.

Il mio discorso potrebbe peccare di falso sillogismo ad una prima occhiata. Forse, però, questa ipotesi potrebbe trovare il suo reale riscontro se la applichiamo ad una specifica tematica.

“Una donna che agisce a 360° è davvero accettata dalla società?”

Ebbene, miei cari, la risposta è NO.

Fin dall’antichità la figura femminile ha risentito quasi da subito della “settorializzazione”, subendo l’appartenenza ad una categoria specifica.

È possibile trovare un immediato riscontro di ciò nella mitologia greca, dando anche solo un’occhiata sommaria ai suoi protagonisti.

Figure di spicco sono Artemide, divinità della caccia – Afrodite, dea dell’amore- Era, protettrice dell’unione coniugale.

Queste divinità sembrano essere l’essenza stessa delle categorie entro cui la figura femminile viene collocata.

Artemide è la dea di un’attività considerata prettamente maschile. È davvero una figura rivoluzionare e controcorrente? Forse, ma è una figura “castrata” per alcuni aspetti. Artemide, infatti, rifiuta l’amore per la passione totalizzante per la caccia che svolge nella natura selvaggia. Ella incarna l’ideale dell’uomo guerriero ma per poterlo fare, rifiuta una parte di sé. Non è forse la figura stereotipata della “donna in carriera” quella che sembra essere più vicina alla “categoria” delle artemidi? L’emotività appare come un ostacolo alla propria vita professionale.

Non viene contemplata alcuna “sfumatura”.

Allo stesso modo donne che hanno deciso di escludere la maternità dalla propria vita vengono considerate delle donne “incomplete” perché non hanno assolto alla loro “naturale” funzione. Come se la dignità di un essere umano fosse racchiusa nell’attivazione di una funzione biologica.

La driving force di questa articolo sta nel sensibilizzare (o almeno provarci) gli uomini ad abolire le categorie umane basate su caratteristiche che non violano l’etica in alcun modo.

Potrei citare mille altre figure mitologiche per mettere in risalto questa settorializzazione.

Ad esempio Era, la protettrice dell’unione coniugale che scatena la sua ira per gli infiniti tradimenti di Zeus e che, tuttavia, continua ad accettare come consorte. Quest’ultima mi fa ritornare alla mente una dolce vecchina di una piccola città che parlava dei tradimenti di suo genero e dei precetti che dava alla figlia per salvare il proprio matrimonio, perché si sa “il compito di una buona moglie è chiudere un occhio quando si può e continuare ad amare, perché il tradimento è insito nella natura dell’uomo”. Visione che ovviamente non contempla l’opposto.

Ebbene, porre qualcuno in una categoria equivale ad accusare ogni suo possibile tentativo di evasione dalle linee di contorno, ad alimentare una sbagliata percezione di sé e a rendere un reato l’esistenza stessa delle sfumature.

Citando Honorè De Balzac:

“Dalla mollezza di una spugna fino alla durezza di una pietra pomice, ci sono infinite sfumature. Ecco l’uomo.”

Andreanahood

Riferimenti:

  • Dizionario di mitologia di Michela Mariotti, Le Monnier

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